Recensione de “Civico-19” di Gloria Bertolasi in COLLABORAZIONE con autrice

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Recensione de “Civico-19” di Gloria Bertolasi in COLLABORAZIONE con autrice

EditoreEdikit 
Data di pubblicazione 8 dicembre 2020
Copertina flessibile166 pagine

“Il ricavato della vendita di questo libro verrà devoluto all’Unicef, ente particolarmente interessato all’impatto del COVID-19 su bambini, giovani e sulle donne già colpiti da povertà, disabilità o esclusione sociale, con la speranza che la medicina riesca a salvare l’umanità da una malattia che entra negli alveoli senza chiedere il permesso. Se queste pagine riusciranno a risparmiare anche solo un figlio da un dolore così immenso sarà per me un grande risultato.”

Buongiorno cari amici lettori, 

capita veramente di rado di incontrare e leggere un libro così commovente, vero, incredibile, pur nella sua semplicità. 

È quello che mi è capitato leggendo Civico-19!!!

Nemmeno dalle prime pagine, ma direttamente dall’introduzione, il mio cuore si è stretto leggendo le prime parole dell’autrice… che recitano più o meno così:…

“Speravo sarebbe stata una grande gioia a indurmi a scrivere un libro. Ho sperimentato invece che il dolore ha poteri superiori alla felicità. Mi sono sentita più figlia disperata che madre appagata. Ho scritto queste pagine sulle note di un iPhone, mentre la mia bambina di un anno dormiva stringendomi il lobo dell’orecchio, con la luce dello schermo al minimo e un braccio intorpidito sotto la sua testa. Scrivere è stato come presentarmi all’appuntamento con la psicanalista, a volte in ritardo, a volte talmente stanca da dover interrompere la seduta. Il risultato è stato un libro che parla purtroppo di morte, ma che vuole dannatamente essere un tentativo di rinascita con la mente e con il corpo; la dimostrazione che l’amore può far risorgere.”

Ogni singola parola di questo libro è intrisa di emozioni, la Bertolasi in una sorta di diario, molto autobiografico, ci racconta la storia di Irina. 

“Da più di un anno vedo i miei bambini solo attraverso lo schermo di uno smartphone. Ci siamo chiamati ad ogni colazione mentre Andrei inzuppava savoiardi in una tazza di latte e Anna sbriciolava plumcake, prima dei compiti del pomeriggio e ogni sera una volta che tutti e tre eravamo in pigiama, in camere  distanti duemila chilometri, sperando che la connessione non ci tradisse. Non riagganciavo fino a quando non li vedevo infilarsi nel loro letto e mia mamma li baciava al posto mio, rimboccando le coperte come volesse essere certa che da lì non potessero fuggire.”

La trama non è lineare, ma ci sono flashback che ci riportano indietro nel tempo, per esempio quando Irina conobbe il marito Patrik, quando la sua vita era felice a Kiev e la sua famiglia. 

Improvvisamente il padre di Irina muore in un incidente, e da lì tutta una serie di eventi portano la sua vita a incrinarsi per sempre. 

“Avrei voluto poter dire a mio padre che adoravo il suo stile senza tempo, che aveva fatto bene a infischiarsene dei pareri altrui e a vivere fuori dagli schemi. Avrei voluto essere suo ultimo pensiero. Mi mancava la sua voce. Mi mancava non sentirlo chiamare mia madre. Mio marito tentò di consolarmi con pizza fatta in casa e tulipani colorati ogni giorno, ma presto capì che questa disgrazia era la prima cosa nella vita che non avremmo potuto condividere. Purtroppo a trent’anni non si crede più alle favole. I bambini mi videro spesso senza trucco, asciugarono le mie lacrime come si fa con le bambole, ma nemmeno la loro ingenua compassione servì a molto. Smisi di credere in un Dio e non mi convinse mai l’idea mistica che un giorno ci saremmo rincontrati.” 

Le cose poi si aggraveranno ulteriormente, una sera il marito, di tutta fretta, prepara una valigia e se ne va, abbandonando lei e i suoi figli per una collega di lavoro più giovane…

Da quel momento Irina è costretta a rimboccarsi le maniche e volare in Italia.

“Troppo orgogliosa per convivere con un assegno di mantenimento, madre esigente. Conoscevo l’italiano grazie a mio padre che insistette perché io lo parlassi, sostenendo che prima o poi mi sarebbe tornato utile. Ero giovane, in salute e per amore dei miei figli avrei fatto qualunque cosa. Fu struggente intuire che la mia destinazione sarebbe stata all’estero e il mio futuro quello di dama di compagnia, meglio come conosciuta come badante. Lontana dalla mia famiglia. Un simile lavoro per una straniera è sempre disponibile e ben remunerato. C’è chi ci ritiene fortunate per questo. Con un nodo alla gola feci un paio di telefonate a parenti e amici di mio padre. Prenotai un volo per l’Italia il lunedì successivo. Teresa, una cugina di secondo grado di mio padre, avrebbe voluto conoscermi.”

Da qui in poi vorrei non raccontarvi più la trama e tutto quello che succede alla vita di Irina, di Teresa… e forse di un amore che avrebbe potuto nascere anche ai tempi del COVID. 

È impossibile staccarsi da questo libro va divorato, ma anche assaporato, io l’ho letto in poche ore, ma certi tratti li ho riletti per provare di nuovo le emozioni, l’inchiostro sembra strabordare da troppo sentimento che vi permea. 

“Non ho incontrato l’uomo della vita e scelto di non avere i figli, quando la natura me ne avrebbe donato uno senza fatica. Vi auguro di non avere rimpianti come il mio. Ho amato i miei libri, il mio lavoro, i miei studenti, la mia casa e me stessa, quindi posso dire di aver comunque sperimentato l’amore. Imparate ad adeguarvi a ciò che la vita vi offre altrimenti sarete sempre infelici. Di fronte a certe situazioni si è impotenti; altre volte vi pentirete di aver avuto la possibilità di scelta. Coltivate lo spirito che deve crescere di pari passo con il corpo, altrimenti rimarrete intrappolati in un guscio che invecchia.”

Capitoli molto brevi, quasi una sorta di diario giornaliero, questo lo stile di scrittura della Bertolasi, rigorosamente in prima persona per provare sulla pelle certe emozioni che, vi posso assicurare, resteranno sulla vostra pelle anche dopo molti giorni aver chiuso il libro. 

5/5 ⭐️⭐️⭐️⭐️⭐️

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