Recensione di “Games. Piccoli giochi innocenti” di Bo Svernström

☕️☕️☕️ RECENSIONE ☕️☕️☕️

Recensione di “Games. Piccoli giochi innocenti” di Bo Svernström

Letto insieme al GDL #sistersclub

Editore: Longanesi

Data di pubblicazione: 24 giugno 2021

Copertina flessibile: 480 pagine

“Ci sono alcune cose che dovete sapere sul mio conto. La prima: sono una persona cattiva. Quando avevo undici anni ho ucciso un mio coetaneo, spaccandogli la testa con un blocco di cemento, in un campo vicino a casa. È morto sul colpo. La mia terapeuta, una donna bionda e carina, sostiene che non si è trattato necessariamente di un omicidio, che forse è stato un incidente. Che l’ho fatto senza pensarci, senza la volontà di uccidere. Che è stato un impulso improvviso. Ma quale bambino ha impulsi del genere?“

Buongiorno cari amici lettori,

vi premetto che questo libro non mi ha convinto per niente.

Partendo dalla struttura narrativa troveremo i capitoli alternati con flashback temporali del prima e dopo, narrati in prima persona da Robert Lindström e in terza persona dell’autore.

Una grossa difficoltà in questo libro, come tantissimi thriller nordici, sono i nomi dei protagonisti 😩😩😩😩

Tantissime indagini, tantissimi colloqui, ma fino a metà libro siamo nel baratro del “siamo punto e a capo”…

Poi da metà libro in poi la trama si fa un po’ più intensa con elementi thriller ma il tutto sembra macchinoso.

Pochissimi i colpi di scena e abbastanza forzature a livello di intreccio narrativo.

Infine un finale frettoloso… purtroppo non mi ha convinto. Il colpevole si rivelerà essere praticamente la persona di cui si sospetta da inizio libro…

I personaggi sono, come dicevo all’inizio, veramente troppi!! Nessuno riesce a decollare secondo me e a interessare il lettore.

«Ma se – e ribadisco se – non hai ucciso Max, dev’esserci un assassino che l’ha fatta franca. Per ventotto anni» Si è voltata verso di me, con un’espressione strana. «In realtà solo tu puoi sapere se hai ucciso Max o no. Eri presente quando è morto. Tu sai cosa è successo, Robert. Sforzati di ricordare!»

Per me è un NI…

2,5/5 ☕️☕️

Recensione di “I fratelli Kimball” di Valeria Di Spezio

☕️☕️☕️ RECENSIONE ☕️☕️☕️

LE RECENSIONI DI MADRE #lerecensionidimadre

Recensione di “I fratelli Kimball” di Valeria Di Spezio in collaborazione con autrice

Editore: Elpìs

Data di pubblicazione: 6 settembre 2019

Copertina flessibile: 351 pagine

“Ascoltami bene, non sarò un uomo di grande intelletto, ma se c’è una cosa che ho imparato e di cui vado fiero è questa: Non bisogna mai vergognarsi di essere buoni e sensibili. Le buone azioni e le belle parole vanno mostrate sempre con orgoglio. L’amore non dovrebbe mai stupirci, dovrebbe piuttosto essere una cosa normale, un fatto quotidiano“.

Amici lettori ho appena finito di leggere questo romanzo, di Valeria Di Spezio.

Devo dire che mi è stato particolarmente gradito in questo momento che stiamo vivendo! Perché innanzitutto a me piacciono molto i racconti dei tempi passati quando le cose andavano un po’ più lente e come conseguenza… uno aveva il tempo di elaborare un po’ i pensieri, magari riflettere un po’ di più …!

La scrittura di Valeria Di Spezio l’ho trovata semplice ed efficace nel farti restare in quell’atmosfera del passato, con le descrizioni degli usi e costumi dell’epoca. Venendo alla trama: Inghilterra siamo nel 1828, entriamo in una famiglia non ricca ma dignitosa, formata da la madre Annabelle e tre figli, il maggiore John, e le due figlie femmine Alice, ragazza bellissima, ma che non fa sfoggio della sua bellezza, anzi vive nel rimpianto di un amore passato…! Dove il suo lui l’ha lasciata per un’altra. Infine Sarah la più giovane e la più (peperina) per quei tempi! Il padre è morto anni prima in un naufragio e la madre ha cresciuto così da sola i tre figli, aiutata però da un amico di famiglia il signor Gibson, amico del defunto marito, vedovo con una figlia piccola la quale diventa grande amica dei figli di Annabelle.

Un giorno bussa alla porta di casa Kimball un baronetto Sir Richard Barry, che avuto sentore che a John piace scavare nei segreti come dice lui… Anziché fare un lavoro comune, Sir Barry offre un lavoro a dir poco strano a John cioè trovare una canzone che gli frulla nel cervello e non lo fa dormire la notte. Da questo lavoro offerto a John ci sarà un trasferimento del giovane a casa di Sir Barry, lì saranno invitate le sorelle per un ballo. In questo contesto si svilupperà per ognuno dei fratelli una storia personale ben descritta dall’autrice che racconta gli usi e costumi dell’epoca! Quando per una ragazza beneducata non era concesso nemmeno manifestare le proprie emozioni appieno, ma bisognava moderare qualsiasi emozione, per paura di fraintendimenti.

“Vi prego di non giudicarla male: è cresciuta in un mondo dove il matrimonio combinato è la normalità e, al contrario, scegliere chi amare una favola per sciocchi malati di sentimentalismo“

Riusciranno i nostri giovani a coronare i loro sogni? Per questo non ci resta che leggerlo! Lo consiglio è un bel libro a mio parere!

4,25/5 ☕️☕️☕️☕️

Recensione di “Uscire da Matrix. Il labirinto apparente” di Claudio Mario Cherubini

☕️☕️☕️ RECENSIONE ☕️☕️☕️

Recensione di “Uscire da Matrix. Il labirinto apparente” di Claudio Mario Cherubini in COLLABORAZIONE con autore

Data di pubblicazione: 15 dicembre 2021)

Copertina flessibile: 292 pagine

Cari amici lettori,

quando leggo un libro talmente bello come questo mi sorge sempre, fin dalle prime pagine, questa domanda nella mia testa: riuscirò nella recensione a rendergli giustizia? Riuscirò a far percepire tutto il bello e tutte le sensazioni che mi ha suscitato leggendolo? Beh, questo non lo so… ma di certo cercherò di fare del mio meglio!

Molti di noi credono che i nostri pensieri siano il riflesso del mondo esterno, il riflesso di quello che accade, e se invece l’universo non fosse così? Se fossi tu con i tuoi pensieri a creare il tuo presente e il tuo futuro? Se tu stesso creassi la storia della tua vita con ciò che ti passa per la mente ora? Allora, forse, se cambiassimo il modo in cui pensiamo, si aprirebbero per noi tante nuove e meravigliose opportunità. La nostra vita prenderebbe una direzione del tutto nuova. Dobbiamo soltanto fare il primo passo. Lao Tse afferma: «Un viaggio di mille miglia inizia con un piccolo passo…»), facciamolo!

Con uno stile pulito, limpido ed estremamente scorrevole, siamo invitati dall’Autore a esplorare il nostro Sé e a porci delle domande importanti non solo per una maturazione e una consapevolezza di noi stessi, che per raggiungere la serenità risulta indispensabile, ma anche per arrivare al superamento di quelli che credevamo fossero i nostri limiti. Limiti imposti sia da noi stessi che dalla società in cui viviamo, che spesso ci porta allo spegnimento dei nostri entusiasmi, dei nostri sogni.

Questo secondo libro di Cherubini ha lo stesso scopo del primo: aiutare tutti, compreso sé stesso, a crescere, a eliminare la sofferenza dalle vite di ognuno e a trovare il naturale stato di benessere che è per tutti un diritto di nascita.

Quindi la necessità di uscire da Matrix, da quel labirinto apparente in cui siamo stati imprigionati. La necessità, cioè, di liberarci dei preconcetti, pregiudizi, condizionamenti e delle regole del sistema che non ci fanno godere della vita nella sua pienezza.

Dalla prima all’ultima pagina troverete motivazione, troverete sicuramente idee e citazioni importanti, conoscenze che non sapevate di avere che vi porteranno alla ricerca della felicità e della serenità.

Si inizia parlando di religione, poi si passa alla scienza poi si passa all’esperienza di vita. Questo libro è una guida veramente completa che ci prende per mano e che ci aiuta a scavare in noi stessi e a trovare quello di cui abbiamo bisogno.

Viene affrontato molto bene l’argomento dei pregiudizi e dei condizionamenti che sono alla base del modo in cui stiamo affrontando questa situazione che ci ha colpiti impreparati a inizio 2020…

Come dice l’autore questo libro va letto almeno due volte, perché una volta arrivati alla fine avremo maggior consapevolezza e riusciremo a leggerlo e interpretarlo in modo diverso e sicuramente più efficace.

Perché lo scopo di questo libro non è quello di darvi una verità assoluta, ma rendervi più consapevoli, aiutarvi a trovare la vostra verità ed essere più felici.

“Non è sufficiente essere dei sognatori, il sognatore spera in un futuro migliore, in una felicità che verrà a causa di qualche evento esterno, vive nella mancanza. Ma nel futuro non è possibile creare nulla, la creazione è nel momento presente, nel qui e ora, nell’adesso. Il visionario, al contrario, porta ciò che “sogna” nel presente, lo vede già realizzato, lo tocca, lo sente, lo annusa… è felice e grato. È in questo momento che avviene la creazione e tutto cospirerà per l’effettiva realizzazione.”

Claudio Mario Cherubini ci indica una strada ricca di spunti di riflessione, da percorrere fino a quando quel labirinto esistenziale che è dentro di noi si svelerà nella sua sostanziale semplicità.

Un libro che tutti dovrebbero leggere!!!

5/5 ☕️☕️☕️☕️☕️

Recensione di “Un tè a Chaverton House” di Alessia Gazzola

☕️☕️☕️ RECENSIONE ☕️☕️☕️

Recensione di “Un tè a Chaverton House” di Alessia Gazzola in COLLABORAZIONE con casa editrice @garz…

Editore: Garzanti

Data di pubblicazione: 15 marzo 2021

Copertina rigida: 192 pagine

Cara lettrice, caro lettore, la storia che stai per leggere è stata scritta in trenta giorni durante il lockdown. A fine giornata inviavo il capitolo a mia madre e a un gruppo di sette amiche annunciando l’arrivo con e-mail roboanti del tipo: «A voi che l’aspettate fremendo ecco la nuova esaltante puntata di Chaverton House» oppure: «Preparatevi psicologicamente alla nuova sconcertante puntata di Chaverton House». In un momento storico per noi senza precedenti, durante il quale abbiamo tutti sofferto la mancanza dei nostri cari e della libertà in nome del bene collettivo, per il gruppo di lettura di Chaverton House l’appuntamento quotidiano con questa semplice storia, che si prefiggeva come unico scopo l’evasione, portava conforto e senso di vicinanza. Se mai ce ne fosse stato il bisogno, quest’esperienza mi ha dimostrato che le storie uniscono. Le storie creano un legame tra le persone. Le storie consolano e a volte, in momenti eccezionali, per quanto semplici e senza pretese possano sembrare, le storie salvano dai brutti pensieri.

La storia è narrata in prima persona con il POV di Angelica, la protagonista.

Il romanzo si apre con il racconto di tre fate che distribuiscono ognuna un proprio dono ai neonati. Ad Angelica consegnano: buonumore, docilità di temperamento e il talento con i lievitati.

“I tempi sono cambiati: alle bambine servono talenti veri, altro che docilità di temperamento.”

L’autrice nella prefazione ci anticipa che quella che andremo a leggere sarà una storia molto semplice e senza troppe pretese se non quelle di far trascorrere il tempo piacevolmente nei mesi di lockdown dello scorso anno.

Angelica, se vogliamo, ha i tratti distintivi delle protagoniste della Gazzola: impacciata spesso a livelli catastrofici, semplice, ironica. Ci ricorda un po’ Alice Allevi, la protagonista della sua fortunatissima serie L’Allieva.

Questo romanzo di differenzia dagli altri dell’autrice perché ci catapulta in uno spazio temporale magico, quello della campagna inglese e della dimora, Chaverton House appunto, che sembrano essere rimasti all’epoca vittoriana.

«Se questa allora è la tua decisione…» «Sì insomma, lo so che il contratto…» «I contratti si stracciano, se non vanno più bene», afferma quindi, già distante. Che peccato che lo stesso non possa farsi con i sentimenti, che ben lontani dal potersi stracciare, restano qui, annidati dentro di noi, a farci a pezzi.

Lo consiglio in primis chi è appassionato al Regency, all’Inghilterra, a chi si vuole immergere in una storia d’amore. Ai lettori che sanno apprezzare una storia semplice, dolce e spensierata.

3,5/5 ⭐️⭐️⭐️

Recensione di “Crepacuore: Storia di una dipendenza affettiva” di Selvaggia Lucarelli

☕️☕️☕️ RECENSIONE ☕️☕️☕️

Recensione di “Crepacuore: Storia di una dipendenza affettiva” di Selvaggia Lucarelli

Editore: Rizzoli

Data di pubblicazione: 16 novembre 2021

Lunghezza del libro: 105 pagine

Letto in un’ora e mezza, uno spaccato di vita veramente molto drammatico.

Selvaggia Lucarelli è una giornalista, scrittrice blogger, conduttrice radiofonica, commediografa e attrice teatrale italiana.

In questo libro si spoglia e si mette veramente a nudo ai lettori, raccontando gli anni della sua vita probabilmente più dolorosi in assoluto.

La predisposizione e il trauma della Lucarelli ha origine nella sua infanzia…

“Negli anni, ho cercato innumerevoli spiegazioni per i silenzi di mia madre. Alla fine, ho concluso che era l’unico modo che conosceva per acquisire un’illusoria idea di forza nel suo matrimonio. Incapace di prendersi ciò che la sua intelligenza e i suoi talenti avrebbero meritato, completamente pervasa in gioventù dall’ideale dell’amore assoluto e poi delusa dalla realtà (che comunque non avrebbe mai potuto essere all’altezza delle sue aspettative), sceglieva il silenzio perché ammettere ad alta voce la verità era troppo doloroso. La verità è che mia madre, sebbene non fosse capace di riconoscerlo, dipendeva completamente da mio padre. Quando lo ha incontrato, ha rinunciato a una parte di sé, convinta che lui potesse colmarla. Quel vuoto non le ha mai dato pace. E non mi ha mai dato pace, perché quel vuoto era anche il mio. Un vuoto più subdolo, perché mascherato da molti “pieni”. Non c’era tempo per interrogarsi su cosa non andasse nella mia vita, perché la mia vita era tutto quello che mia madre non aveva avuto, quindi stavo facendo bene.“

Crepacuore porta alla luce un fenomeno a cui spesso non viene dato un nome, una forma di droga e quindi di dipendenza: la dipendenza affettiva.

“Quando non eravamo insieme sentivo uno strano disordine emotivo, una specie di febbre, di sete che dovevo placare. Vivevo le mie giornate senza di lui come un intervallo, una pausa dell’esistenza. Mi spegnevo, in attesa di riaccendermi quando lo avrei rivisto. Ero appena diventata una giovane tossica, convinta, al contrario, di aver colmato quella zona irrimediabilmente cava della mia esistenza”.

Selvaggia Lucarelli descrive gli esordi di una relazione durata ben quattro anni in cui nulla, nella sua vita, ha avuto scampo: dal lavoro agli amici, l’ossessione per una storia che non aveva alcuna possibilità di funzionare, piano piano, ha intaccato tutto quello che la circondava. Perfino l’amore per suo figlio, che finisce trascurato tra decisioni imprudenti e un’asfissiante sindrome abbandonica:

“Oggi, guardandomi indietro, faccio ancora fatica ad ammetterlo, ma la felicità di mio figlio, la sua sicurezza perfino, erano la cosa più importante solo in quei rari momenti in cui sentivo di aver messo la mia relazione al sicuro. L’unico pericolo che avvertivo come costante e incombente era quello che lui mi lasciasse per la mia evidente inadeguatezza”.

È una lettura accattivante e veloce, che permette però di gettare lo sguardo sulle dinamiche dell’animo umano e quindi di soffermarsi, volendo nelle pieghe spesso inesplorate dei nostri desideri e bisogni, e può essere un punto di partenza per spostarci da dove non vogliamo più stare, cominciando magari anche noi, dallo sguardo.

“La nostra relazione era stata una sorta di fungo infestante, aveva invaso ogni singolo ramo, radice, foglia, frutto della mia esistenza“

Un libro che tutti dovrebbero leggere.

5/5 ☕️☕️☕️☕️☕️

Recensione di “Inganni” di Lucia de Cristofaro

☕️☕️☕️ RECENSIONE ☕️☕️☕️

LE RECENSIONI DI MADRE #lerecensionidimadre

Recensione di “Inganni” di Lucia de Cristofaro in collaborazione eBook con casa editrice

Editore: Albatros

Lunghezza del libro: 170 pagine

Data di pubblicazione: 7 novembre 2019

Amici lettori, ho appena finito di leggere Inganni di Lucia De Cristofaro, che dire se non che è bravissima?

Ha uno stile di scrittura secondo me eccezionale! Perché racchiude in un romanzo praticamente rosa e tanto, tanto altro, riesce ad andare a fondo dei problemi della nostra società, parla di politica che purtroppo non vede più in là del proprio naso. Questo lo fa attraverso la protagonista del racconto una giornalista che va in giro per le strade di periferia, soprattutto nelle grandi città parlando con persone semplici, che vivono quotidianamente le difficoltà derivanti dalla cattiva gestione politica.

Veniamo alla trama: i protagonisti sono una donna e un uomo, i nomi non sono importanti per la nostra autrice, ma bensì le persone e quello che fanno nella vita.

Lei è un’affermata giornalista, lui un ingegnere impegnato molto per la salvaguardia del pianeta. Si incontrano per caso e ne nasce un amore che per quanto riguarda lei, sicuramente e completamente si tratta di amore! Lui ha un atteggiamento altalenante, quando lei dopo un periodo di frequentazione impostata molto libera e senza schemi fissi, ha bisogno di sentire da lui se pensa di concretizzare il rapporto in un rapporto stabile, scoprirà purtroppo che per lui non è la stessa cosa, ma vorrebbe continuare così senza impegni senza neanche dare un minimo di stabilità al rapporto.

Capito questo lei lo lascia e decide di continuare la sua vita senza di lui!

Ci sarà un pov di narrazione alternata tra i due protagonisti.

Come finirà questo amore? Si riavvicineranno? Non voglio spoilerare ma vi do un consiglio, leggetelo!

Bello dall’inizio alla fine.

5/5 ☕️☕️☕️☕️☕️

Recensione di “Il mio cuore cattivo” di Wulf Dorn

☕️☕️☕️ RECENSIONE ☕️☕️☕️

Recensione di “Il mio cuore cattivo” di Wulf Dorn

Editore: Corbaccio

Data di pubblicazione: 31 ottobre 2013

Copertina rigida: 347 pagine

Devo ancora capire perché i libro di Dorn li leggo tutti d’un fiato, ora che li ho letti tutti però che faccio??? 😅😅😅😅

Il mio cuore cattivo parte con un incipit che ti catapulta direttamente nella trama senza passare dal via!!

Troverete tanta componente horror e un ritmo veramente serrato, raccontato in prima persona dalla protagonista Dorothea, chiamata Doro. Quindi un unico punto di vista con le sue riflessioni e la tenacia della protagonista nel trovare la sua verità.

“Da quel giorno la mia vita è radicalmente cambiata. Nulla è più come prima. Mi hanno affidata a una clinica dove ho parlato a lungo con psichiatri e terapeuti. Volevano che mi ricordassi quello che era successo la sera prima della morte di Kai. Ma non ce la faccio. Invece di immagini, nel mio cervello c’è un grande buco nero, e da qualche parte di quel buio impenetrabile sento la voce di quell’essere lugubre e sinistro. Profonda, distorta e minacciosa. Che cosa hai fatto, Doro? Ma che cosa hai fatto. Non lo so. Dico davvero, non lo so. Tutto quello che ho conservato nella memoria di quel lasso di tempo si esprime al meglio con una frase da calendario che la mia compagna di stanza, in clinica, teneva appesa sopra il letto: Solo quando abbiamo perduto tutto, capiamo ciò che ha veramente significato per noi.”

Per farvi capire di cosa parliamo, partiamo prima da una rapida occhiata alla trama:

C’è un vuoto nella memoria di Dorothea. Quella sera voleva uscire a tutti i costi ma i suoi l’avevano costretta a fare la babysitter al fratello minore mentre loro erano a teatro. Ricorda che lui non ne voleva sapere di dormire e urlava come un pazzo. Ricorda una telefonata che l’aveva sconvolta, ricorda di aver perso la testa, e poi più niente. Più niente fino agli occhi sbarrati del fratellino, senza più vita. C’è un abisso in quel vuoto di memoria, un abisso che parole come “arresto cardiaco” non riescono a colmare. Perché la verità è che lei non ricorda cosa sia successo. Solo adesso, dopo mesi di ospedale psichiatrico, di terapie, di psicologi, ha raggiunto faticosamente un equilibrio precario. Ha cambiato casa, scuola, città: si aggrappa alla speranza di una vita normale. Ma una notte vede in giardino un ragazzo terrorizzato che le chiede aiuto e poi scompare senza lasciare traccia. E quando, dopo qualche giorno, Dorothea scopre l’identità del ragazzo e viene a sapere che in realtà lui si sarebbe suicidato prima del loro incontro, le sembra di impazzire di nuovo. I fantasmi del passato si uniscono a quelli del presente precipitandola in un incubo atroce in cui non capisce di chi si può fidare, e in cui la sua peggiore nemica potrebbe rivelarsi proprio lei stessa…

Questo thriller è un viaggio nelle incertezze esistenziali percorso nel mare della chimica adolescenziale. L’adolescenza già di per se è terreno fertile per lo svilupparsi di alcune delle peggiori patologie che insidiano la psiche. Dorn sfrutta appieno questa debolezza, piazzandoci tra le mani un testo in prima persona, nel quale la giovane protagonista, come un saltimbanco su un flebile filo cerca di non inciampare nei suoi deliri, pronti ad ogni passo a gettarla nel profondo e denso mare nero della follia.

«In ognuno di noi c’è qualcosa di malvagio, di cattivo, di perverso», ho detto. «È la parte di L noi alla quale dobbiamo stare sempre molto attenti, ma che qualche volta è più forte di noi. Come è successo a te vicino al lago e a me con Kai. Allora c’è un modo solo per fronteggiare la malvagità che è in noi. Assumerci la responsabilità di ciò che abbiamo fatto. Se non lo facciamo, il senso di colpa ci perseguita e ci distrugge.»

Lo consiglio vivamente, come tutti i libri di Dorn ovviamente, leggete anche l’epilogo dell’autore che io amo in tutti i suoi romanzi perché ci spiega tante cose.

4,5/5 ☕️☕️☕️☕️☕️

Recensione di “Non c’è tempo per la nostalgia” di Paola D’Aurizio

☕️☕️☕️ RECENSIONE ☕️☕️☕️

LE RECENSIONI DI MADRE #lerecensionidimadre

Recensione di “Non c’è tempo per la nostalgia” di Paola D’Aurizio in collaborazione con casa editrice

Editore: Viola Editrice

Data di pubblicazione: 2 maggio 2019

Copertina flessibile: 196 pagine

Romanzo che racconta un amore tra due ragazzi Carole e Woj quindi rosa…!

Ma con risvolti thriller soprattutto psicologico e noir molto accentuati.

La scrittura di Paola D’aurizio è a momenti fluida e alterna altri momenti in cui, secondo il mio modesto parere, mette tanta carne al fuoco e perciò si fatica un pochino a mettere insieme il puzzle.

Il romanzo ha comunque suscitato il mio interesse. Venendo alla trama Carole e Woj sono due ragazzi che si incontrano per caso e vivono una storia d’amore che sembra completarli, anche se provengono da realtà diametralmente diverse. Lei studentessa universitaria molto introversa, ansiosa, e poco empatica nei confronti degli altri suoi coetanei, lui un ragazzo sempre sulle sue, un ragazzo che vive alla giornata e che porta con sé una storia di violenze inaudite.

Carole va spesso a rifugiarsi in un parco alla periferia di Roma, una Roma sconosciuta ai più quella dove vivono solitamente gli invisibili, gli emarginati. Lì fa un incontro con Woj, un ragazzo rumeno che all’inizio sembra evitarla, il quale si è creato una specie di casa lì dentro al parco, e a volte si sdraia in una panchina dove era solita mettersi Carole e proprio questo fatto fara sì che i due si incontrino.

Carole è sempre in lotta con se stessa con il non riuscire a capire quest’ansia che la divora sempre! Al primo approccio nei due c’è un gioco di sguardi, ma questo fa sì che in breve tempo tra i due scoppi l’amore. Sarà un amore molto tormentato dove il passato di Woj ritornerà con tutti gli spettri che porta con sé e coinvolgeranno pure Carole che sta con lui!

La ragazza dal canto suo riuscirà a capire perché in lei c’è sempre quest’ansia, questi disturbi dell’umore.

Il romanzo tratta tanti argomenti difficili da gestire in poche righe a mio avviso.!

La droga, la prostituzione, e veramente tante brutture ma in modo veloce, che confonde un po’ il lettore.

Il finale rimane aperto e sta a noi lettori decidere per un verso o per l’altro… in base al nostro sentire.

4,25/5 ☕️☕️☕️☕️

Recensione di “La stazione” di Jacopo De Michelis

☕️☕️☕️ RECENSIONE ☕️☕️☕️

Buongiorno cari amici lettori, per la tappa di gennaio/febbraio del GᖇᑌᑭᑭO ᗪI ᒪETTᑌᖇᗩ #gdlthrillercaffe organizzato da me, abbiamo letto:

La stazione di Jacopo De Michelis in collaborazione con casa editrice

Editore: Giunti Editore

Data di pubblicazione: 5 gennaio 2022

Copertina flessibile: 876 pagine

📖📖📖 𝐂𝐡𝐢 è interessato a partecipare al gruppo di lettura mi scriva… siete i benvenuti!!! 📖📖📖

“La stazione” è, allo stesso tempo, thriller e romanzo d’avventura.

Mescolando i generi più popolari, Jacopo De Michelis continuamente apre e chiude davanti agli occhi del suo lettore le porte di storie differenti eppure sempre collegate, e lo conduce in giro per sotterranei favolosi e inquietanti.

Credo di dover fare una doverosa promessa in quanto ho sentito tanti pareri riguardo a questo romanzo e sono abbastanza concordanti in una cosa: probabilmente i primi capitoli distraggono un po’ da quella che poi sarà la storia principale, non lo so perché De Michelis abbia voluto mettere quel capitolo iniziale sugli ultras che discosta molto dalla trama che si svilupperà. E soprattutto scoraggia tanti lettori che si trovano già davanti a un tomo di 900 pagine e quindi i meno volenterosi non proseguiranno.

Detto questo io comunque l’ho trovato un libro meraviglioso, fluido, accattivante e che spazia su tantissimi generi.

Ci troviamo davanti a un poliziesco, un noir, un’avventura, un thriller, uno storico, e tantissimi altri generi.

“Inaugurata nel 1931 in pieno fascismo – ma la data di presentazione del primo progetto risaliva molto più indietro, addirittura al 1912 – la Stazione Centrale era stata definita dal suo architetto, Ulisse Stacchini, una “cattedrale del movimento”. Sovraccarica di decorazioni e ornamenti, non aveva, probabilmente per via delle lunghe e travagliate vicende della sua costruzione, una cifra architettonica ben definita. Liberty, art déco, neoclassico, razionalismo, stile littorio si affastellavano uno sull’altro in un guazzabuglio che sconfinava nel kitsch. In città, quel gusto eclettico e pomposamente monumentale era stato ironicamente bollato come “assiro-milanese”, Bella, la Centrale era probabilmente difficile trovarla bella, ma certo a suo modo era unica. E soprattutto grande. Sfacciatamente, smodatamente grande.”

De Michelis dimostra una profonda e reale conoscenza della polizia, dei gradi, della situazione complicata ecc, questo mi ha fatto apprezzare ancora di più il romanzo perché tantissimi thriller e noir che ho letto, con indagini della polizia, sono completamente inventati, non rispecchiano affatto la realtà che conosco molto bene in quanto moglie di un ispettore di polizia…

Credo sia la prima volta che trovo un autore che rispecchia realmente lo stato della polizia italiana attuale.

“Per tutta la mia vita non avevo desiderato altro che venire accettato e apprezzato, sentirmi a casa, parte di qualcosa, E riuscirci finalmente in quello che era stato il regno di mio padre era un po’ come ottenere da lui dopo la sua morte quello che, da vivo, non aveva mai voluto o saputo darmi. Quasi una sorta di risarcimento postumo.”

Ma ora veniamo alla trama:

Milano, aprile 2003. Riccardo Mezzanotte, un giovane ispettore dal passato burrascoso, ha appena preso servizio nella Sezione di Polizia ferroviaria della Stazione Centrale. Insofferente a gerarchie e regolamenti e con un’innata propensione a ficcarsi nei guai, comincia a indagare su un caso che non sembra interessare a nessun altro: qualcuno sta disseminando in giro per la stazione dei cadaveri di animali orrendamente mutilati. Intuisce ben presto che c’è sotto più di quanto appaia, ma individuare il responsabile si rivela un’impresa tutt’altro che facile. Laura Cordero ha vent’anni, è bella e ricca, e nasconde un segreto. In lei c’è qualcosa che la rende diversa dagli altri. È abituata a chiamarlo “il dono” ma lo considera piuttosto una maledizione, e sa da sempre di non poterne parlare con anima viva. Ha iniziato da poco a fare volontariato in un centro di assistenza per gli emarginati che frequentano la Centrale, e anche lei è in cerca di qualcuno: due bambini che ha visto più volte aggirarsi nei dintorni la sera, soli e abbandonati. Nel corso delle rispettive ricerche le loro strade si incrociano. Non sanno ancora che i due misteri con cui sono alle prese confluiscono in un mistero più grande, né possono immaginare quanto sia oscuro e pericoloso. Su tutto domina la mole immensa della stazione, possente come una fortezza, solenne come un mausoleo, enigmatica come una piramide egizia. Quanti segreti aleggiano nei suoi sfarzosi saloni, nelle pieghe dolorose della sua Storia, ma soprattutto nei suoi labirintici sotterranei, in gran parte dismessi, dove nemmeno la polizia di norma osa avventurarsi? Per svelarli, Mezzanotte dovrà calarsi nelle viscere buie e maleodoranti della Centrale, mettendo a rischio tutto ciò che ha faticosamente conquistato. Al suo ritorno in superficie, non gli sarà più possibile guardare il mondo con gli stessi occhi e capirà che il peggio deve ancora venire.

“Laura possedeva una facoltà particolare, lo si sarebbe potuto definire un sesto senso. Tra sé e sé era abituata a chiamarlo “il dono”, perché cosi faceva sua nonna, la sola persona al mondo a cui avesse mai confidato il suo segreto, ma lo considerava più una condanna o una maledizione. Il dono di Laura consisteva nella capacità di percepire, in maniera immediata e diretta, ciò che provavano le persone che aveva accanto, Le loro emozioni e i loro sentimenti si riverberavano dentro di lei, che li avvertiva con la medesima forza, proprio come se fossero suoi. Una forma di empatia estrema e assoluta. Spesso in quei momenti aveva delle visioni dell’avvenimento che – vissuto, ricordato o immaginato – li aveva suscitati. A volte le capitava anche con luoghi e oggetti, come se emozioni particolarmente profonde potessero rimanervi impregnate. Se il sommovimento interiore era troppo violento e impetuoso, il suo cervello, forse per una specie di meccanismo difensivo, a un certo punto andava in corto, e lei crollava a terra priva di sensi, in preda alle convulsioni.”

Personalmente ho amato anche la caratterizzazione dei personaggi principali, Riccardo e Laura, e lo sviluppo della loro storia antecedente che ci spiega i fatti avvenuti e che li hanno resi quello che sono.

“Non si sentiva più sicuro di nulla. Cominciava a chiedersi se doveva davvero insistere a portare avanti quell’indagine contro tutto e tutti. La sua carriera di poliziotto era appesa a un filo. La Polfer per lui era un purgatorio, ma sarebbe bastato poco per venire scaraventato definitivamente all’inferno. Il dirigente l’aveva minacciato senza mezzi termini di sanzioni disciplinari. Voleva davvero rischiare di mandare in malora tutto quello per cui aveva lavorato negli ultimi quattro anni e mezzo? Ne valeva la pena? Non aveva un piano B, e se l’avessero cacciato dalla polizia non riusciva proprio a immaginare cos’altro avrebbe potuto fare della sua vita.”

Se lo consiglio??? Assolutamente sì!!!

5/5 ☕️☕️☕️☕️☕️

Recensione di “Perché hai paura?” di Jerome Loubry

☕️☕️☕️ RECENSIONE ☕️☕️☕️

Recensione di “Perché hai paura?” di Jerome Loubry

Letto insieme al GDL #sistersclub in collaborazione con casa editrice

Editore: SEM

Data di pubblicazione: 27 maggio 2021

Copertina flessibile: 352 pagine

«La gente si ripara dietro la parola pazzia quando non può o non vuole considerare una realtà fuori dell’ordinario. Non fare questo errore. Tua nonna non è mai stata pazza, figlia mia, ha solo capito tutto prima degli altri e per questo lui l’ha uccisa. Non restare su quest’isola, bambina mia. Altrimenti non potrai mai più lasciarla…»

Un inizio veramente lento e descrittivo… per più di 100 pagine ci troviamo di fronte più che a un thriller a un mistery dalle tinte cupe…

Andando avanti invece ci ritroviamo catapultati in un thriller psicologico pazzesco.

Con una scrittura magnetica Loubry ci tiene incollati letteralmente al libro, impossibile non divorarlo fino alle battute finali.

Ma veniamo alla trama:

1986, Normandia. Sandrine Vaudrier, una giovane giornalista, apprende che la nonna materna Suzie, che non ha mai conosciuto, è morta e le ha lasciato in eredità tutti i suoi averi. Deve quindi svuotare la sua casa, dove viveva da sola, su un’isoletta poco distante dalla costa atlantica. Quando arriva sull’isola, grigia e fredda, Sandrine scopre che è abitata soltanto da quattro anziani organizzati quasi in un’autarchia. Tutti descrivono sua nonna come una persona cordiale e affascinante. Tuttavia, l’atmosfera è strana in quel luogo… In poche ore Sandrine si rende conto che gli abitanti nascondono un segreto. Qualcosa o qualcuno li terrorizza. Ma allora perché nessuno di loro lascia mai l’isola? Cosa è successo ai bambini della colonia nata dopo la guerra e chiusa nel 1949? Chi era veramente sua nonna? Sandrine verrà ritrovata pochi giorni dopo mentre vaga su una spiaggia con i vestiti coperti di sangue non suo…

Il lettore quindi non deve farsi trarre in inganno: dalle prime pagine perché verrà immerso in un labirinto intricatissimo e pieno di colpi di scena.

Sono stata costretta a volte a tornare indietro con la lettura per ripercorrere alcuni indizi lasciati nei primi capitoli che servono per cercare di comprendere l’intreccio narrativo che è veramente molto complesso.

«Leggere un libro ne è un altro esempio, evadere dalla quotidianità e vivere delle avventure per procura.. Ma anche scrivere quel libro lo è. Dietro quel diluvio di parole, l’autore spesso proietta i suoi timori più profondi e li rinchiude, sperando di sbarazzarsene per sempre. Si rifugia nella narrazione dei suoi demoni peggiori per non doverli più vedere riflessi nello specchio. Sono tutti rifugi che utilizziamo in un certo momento della nostra vita. In modo conscio o inconscio, siamo noi a costruire ciò che ci aiuta a superare le prove cui ci sottopone la nostra esistenza.»

C’è tanta psicologia in questo romanzo viene sviscerata una chiave di lettura psichiatrica detta “rifugio”: La psicologia del rifugio ci permette di trattare noi stessi come un nostro rifugio, provando ad immaginare una tana, una grotta o una stanza buia dentro di noi stessi, nella quale possiamo rifugiarci quando ne sentiamo la necessità.
Il rifugio serve a darci l’immagine di alcuni elementi fondamentali per lo sviluppo di noi stessi, ad esempio rifugio può voler dire uscire dalla mentalità comune, ovvero ci rifugiamo perché non abbiamo nulla da dire, non la pensiamo come tutti gli altri. Ma allo stesso tempo rifugiarsi vuol dire essere nascosti, perché dentro di noi nessuno ci può vedere, uno spazio segreto tutto per noi dove non può entrare nessuno.

La scrittura di Loubry mi ha rammentato un po’ lo stile dei grandi scrittori francesi di thriller come Thilliez.

La trama è veramente pazzesca, ma appena credi di aver trovato il tassello del puzzle mancante ti sorgono altre dieci domande senza risposta…

Un libro che consiglio vivamente ma con un ma, credo che il finale, come in Thilliez, lasci troppe troppe domande senza risposta.

4,5/5 ☕️☕️☕️☕️